Hai un’attività e un sito che non c’è, oppure c’è e ti imbarazza. Finora le strade erano due: pagare qualcuno, o passare tre fine settimana dentro un builder a spostare blocchi. Da luglio ce n’è una terza e in Italia funziona davvero: si chiama ChatGPT Sites, gli spieghi a parole di cosa ti occupi, e in mezz’ora il sito è online e ospitato senza che tu abbia comprato niente.
Questa è la parte vera, e non è poco. Quella che non trovi scritta in grande è che ci sono cose che su Sites non ci puoi mettere — alcune perché lo strumento non le regge, altre perché le vietano le condizioni d’uso. Se la tua attività è fra quelle, te ne accorgi dopo, a sito fatto.
Qui sotto c’è quello che la documentazione di OpenAI dice, quello su cui tace, e come capire in dieci minuti se il tuo caso ci sta dentro.
Cosa ottieni davvero, e quanto costa
Il meccanismo è quello che ti aspetti. Apri ChatGPT, spieghi cosa vuoi, guardi l’anteprima, chiedi le modifiche a voce. Quando pubblichi, il sito è online e ospitato, senza che tu abbia comprato un hosting o toccato un pannello.
L’indirizzo che ti assegna ha questa forma: nome-del-sito.openai.chatgpt.site. Se un dominio ce l’hai già, puoi collegarlo — apex o sottodominio, aggiungendo un paio di record DNS dal pannello di chi te lo gestisce. Sites però non registra domini: quello che non possiedi già te lo procuri altrove. E al lancio il dominio personalizzato non è disponibile nei workspace Enterprise.
Sul costo bisogna essere precisi, perché è la voce che viene raccontata peggio. Sites non è incluso nel piano gratuito né in Go. Serve un abbonamento a pagamento: in Italia Plus viene intorno ai 23 euro al mese IVA inclusa, Pro intorno ai 229. Quindi il sito “gratis” costa poco meno di trecento euro l’anno di abbonamento, che restano da pagare finché il sito deve stare in piedi. È comunque meno di quanto costa farselo fare, ma è un canone, non un una tantum — e l’abbonamento lo stai pagando a un fornitore che può cambiare i piani, come è già successo più volte.
C’è poi una zona grigia da mettere in conto: durante la beta pubblica l’uso è incluso “entro i limiti specifici del piano”, e quei limiti non sono pubblicati. Non sai in anticipo quanto traffico regge il tuo sito prima di incontrare un tetto. Per una pagina aziendale non è un problema. Per una campagna che ti porta diecimila visite in un giorno, non hai modo di saperlo prima.
Detto questo: per una landing page, una pagina servizi, il listino di un’attività, la pagina di un evento o uno strumento interno che usano in cinque, il risultato è dignitoso e ci arrivi in un pomeriggio. Non è poco.
Quello che non ci puoi mettere
Qui si separa chi può usarlo da chi sta perdendo tempo, e vale la pena leggere con attenzione perché sono limiti secchi, non sfumature.
I pagamenti sono vietati. Non è una funzione che manca e arriverà: le condizioni d’uso di Sites escludono il trattamento di dati di pagamento. Quindi niente negozio online, niente carrello, niente prenotazione con caparra, niente vendita di corsi. Se il tuo sito deve incassare, Sites non è lo strumento, e non lo sarà finché quella riga resta lì.
I dati sanitari sono vietati. Stessa lista: niente informazioni sanitarie protette. In Italia questo taglia fuori una fetta larga di piccole attività — studi medici e dentistici, fisioterapisti, poliambulatori, psicologi — almeno per tutto ciò che va oltre la pagina di presentazione. Un modulo di prenotazione in cui il paziente scrive perché vuole una visita è già un dato sanitario.
I minori sotto i 13 anni non si possono targetizzare. Rilevante se lavori con scuole dell’infanzia, ludoteche, centri estivi.
Poi ci sono i limiti che non vengono dal contratto ma da come è fatto lo strumento. Sites gira su un runtime edge, compatibile con i Cloudflare Worker: un’architettura pensata per rispondere in fretta a richieste brevi, non per tenere acceso un server. Come database offre SQLite, con dieci gigabyte per sito, e uno spazio per i file. La conseguenza pratica è che non ci fai girare un’applicazione con un server Node sempre attivo, un database Postgres, connessioni persistenti o lavori pianificati in sottofondo. La documentazione di OpenAI lo dice in modo educato — alcuni framework, database, servizi in background e modalità di hosting potrebbero non essere supportati — ma la sostanza è quella.
Un’ultima cosa che riguarda chi tratta dati personali sul serio: al lancio Sites non supporta la residenza dei dati. Se hai vincoli contrattuali o di settore su dove i dati devono stare fisicamente, questa riga da sola chiude il discorso.
Le due domande su cui la documentazione tace
Ci sono due domande da farsi prima di legare la propria attività a una piattaforma nuova. Su nessuna delle due la documentazione dà una risposta, e preferisco dirtelo così invece di inventare una rassicurazione.
La prima: ti troveranno su Google? Le pagine sono pubbliche e raggiungibili, quindi in linea di principio un motore di ricerca può leggerle. Ma di tutto ciò che serve a governare l’indicizzazione — il file robots.txt, i tag canonical per evitare i contenuti duplicati, una sitemap, i redirect quando cambi la struttura — nella documentazione non si parla. Non significa che sia impossibile, significa che non è documentato, e su un progetto che campa di traffico organico “non documentato” equivale a “non affidabile”. La regola che seguirei: se il canale principale di quell’attività è la ricerca su Google, il sito principale non ce lo metto. Se il traffico arriva da passaparola, social, insegna e volantini — che per moltissime attività locali è la verità — la questione pesa molto meno.
La seconda: come si esce? Se un domani vuoi portare il sito altrove, puoi scaricarti il codice? La documentazione non lo dice. Internamente le versioni sono tracciate, ma un percorso di esportazione dichiarato non c’è. Non è documentato nemmeno cosa succede al sito pubblicato se smetti di pagare l’abbonamento, che è la domanda più concreta di tutte.
In pratica, quando esci ti porti via quello che avevi già prima: i testi, le foto, il listino. E il dominio, se il dominio è tuo.
Questo è l’unico consiglio operativo che vale la pena dare adesso, e costa dieci minuti: se pubblichi con Sites, collega il tuo dominio prima di dare il link a chiunque. Non per una questione di immagine. Perché finché l’indirizzo in giro è tuaazienda.openai.chatgpt.site, ogni link che qualcuno fa verso di te, ogni volantino stampato, ogni firma in calce a una mail costruisce valore su un indirizzo che non controlli. Con un dominio tuo, il giorno in cui cambi strumento sposti un record DNS e tutto continua a funzionare. Senza, ricominci. La documentazione dice che i vecchi indirizzi reindirizzano a quello nuovo, ed è vero: ma un redirect sistema i link, non la carta già stampata né la memoria delle persone.
Quando conviene, e quando è la scelta sbagliata
Messi in fila i vincoli, il quadro è abbastanza netto.
Ci sta bene una landing page per una campagna che dura tre settimane. La pagina di un evento, di un corso, di un’iniziativa. Un sito di presentazione per un’attività che non vende online e non vive di ricerca organica. Uno strumento interno: il modulo ordini dei fornitori, una bacheca turni, un calcolatore che usano in dieci persone.
Non ci sta qualunque cosa debba incassare. Niente attività sanitarie oltre la vetrina. Niente progetti in cui il traffico organico è il canale principale. Niente applicazioni che hanno bisogno di un database vero o di processi che girano in sottofondo. E niente di ciò che deve durare cinque anni senza che tu abbia in mano una via d’uscita.
Una parentesi per chi invece i siti li fa per gli altri, perché fin qui ho parlato a chi se lo fa da sé. Sites non tocca il progetto complesso, ma si prende la fascia bassa: il cliente che fino a ieri chiedeva quattro pagine vetrina a ottocento euro adesso quelle quattro pagine se le fa da solo. Conviene però guardarlo prima da utente che da concorrente — per tirare su in un’ora il prototipo da far vedere prima di preventivare il lavoro vero, il tempo che fa risparmiare è reale.
Il modo più onesto di riassumerlo è questo: Sites è fatto benissimo per la fase in cui non sai ancora se una cosa funziona. Il problema è che quella fase finisce, e finisce proprio quando le cose vanno bene — il giorno in cui vuoi vendere online, comparire su Google o cambiare fornitore scopri che uno strumento costruito per farti partire in mezz’ora non è costruito per portarti avanti cinque anni. Non è un difetto: è il patto che firmi quando scegli la velocità. Conviene solo saperlo prima, e tenere fuori da quel patto le poche cose che devono restare tue.
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